LA MORALE DEL #FERTILITYDAY

Il Ministero della Salute ha lanciato la campagna del #FertilityDay ed è stata subito polemica. Saviano si è sentito investito del ruolo di portavoce degli “insultati” e ha mobilitato con un tweet la platea socialmediatica. Con lui molti opinionisti hanno proseguito spiegando chi gli aspetti intrinsecamente offensivi della campagna, chi la gaffe di tipo comunicativo. Il cortocircuito che un po’ tutti hanno evidenziato sta nel fatto che una iniziativa – comunque prevista nel quadro della legge 40 – che doveva essere di tipo informativo è stata percepita come una campagna di tipo morale. Era possibile evitarlo? Credo proprio di no. E credo che se analizziamo con un po’ di attenzione questo episodio abbiamo anche la possibilità di cogliere qualcosa di più a proposito delle difficoltà morali inedite che sorgono quando la tecnica ci mette silenziosamente a disposizione nuovo potere sulla fisiologia corporea.

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“Non è detto che” ma “Potrebbe anche darsi che”... Se qualcosa LEGA LA legalizzazione della CANNABIS, LE VIOLENZE IN EUROPA E LE REPRESSIONI IN TURCHIA

Approda domani (25 luglio) alla Camera il dibattito sulla legalizzazione della cannabis. Le posizioni sono piuttosto note: da un lato chi sostiene che legalizzare significhi togliere potere al narcotraffico, controllare le sostanze in commercio, risparmiare forze di polizia, rimpinguare le casse dello Stato e destinare parte dei proventi alla spesa sociale; dall’altro chi evidenzia come questo genere di operazioni siano contraddittorie: si legittima di fatto la tossicodipendenza per avere risorse di gettito fiscale con cui prevenirla e combatterla. Perché questa contesa dovrebbe interessarci molto di più di quanto non stia facendo? Provo a spiegarne le ragioni in un post di analisi che, lo anticipo, non sarà “da ombrellone”.

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L'orrore di Nizza e l'illusione dell'estraneità

Dopo i fatti tragici di Nizza si rinfocola il dibattito sugli intrecci tra terrorismo, disagio e forme di radicalismo religioso. Questo dibattito chiede riflessioni che fatichiamo a sostenere per la loro complessità: il dolore dei colpiti è terribilmente semplice da comprendere, mentre le trame che trasformano gli uni o gli altri in efferati aggressori lo sono molto di meno. L’interrogativo “perché tutto questo?” può essere accostato in qualche modo?

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CON O SENZA FILTRO? A PROPOSITO DI PENSIERO, SCRITTURA E autenticità

Le questioni che sorgono a proposito dei modi di abitare le piazze digitali non sono diverse da quelle che tradizionalmente emergono nelle relazioni dal vivo, a riprova del fatto che la dimensione digitale non è affatto una dimensione alternativa. In un post recente Riccardo Scandellari (@Skande) ha proposto spunti utili a proposito della spontaneità, intercettando alcuni interrogativi piuttosto diffusi: è meglio esprimersi senza filtro oppure rileggere e censurare attentamente quel che uscirebbe di getto dalla nostra tastiera? Se però iniziamo a filtrare, a controllare, non è che perdiamo in autenticità? Non c’è il rischio che l’identità o il profilo che socializziamo comunicando siano in qualche modo artefatti? Provo a riprendere alcune chiavi di lettura che possono aiutare a uscire da questo – falso, lo anticipo subito – dilemma antropologico.    

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