“Non è detto che” ma “Potrebbe anche darsi che”... Se qualcosa LEGA LA legalizzazione della CANNABIS, LE VIOLENZE IN EUROPA E LE REPRESSIONI IN TURCHIA

Approda domani (25 luglio) alla Camera il dibattito sulla legalizzazione della cannabis. Le posizioni sono piuttosto note: da un lato chi sostiene che legalizzare significhi togliere potere al narcotraffico, controllare le sostanze in commercio, risparmiare forze di polizia, rimpinguare le casse dello Stato e destinare parte dei proventi alla spesa sociale; dall’altro chi evidenzia come questo genere di operazioni siano contraddittorie: si legittima di fatto la tossicodipendenza per avere risorse di gettito fiscale con cui prevenirla e combatterla. Perché questa contesa dovrebbe interessarci molto di più di quanto non stia facendo? Provo a spiegarne le ragioni in un post di analisi che, lo anticipo, non sarà “da ombrellone”.

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L'orrore di Nizza e l'illusione dell'estraneità

Dopo i fatti tragici di Nizza si rinfocola il dibattito sugli intrecci tra terrorismo, disagio e forme di radicalismo religioso. Questo dibattito chiede riflessioni che fatichiamo a sostenere per la loro complessità: il dolore dei colpiti è terribilmente semplice da comprendere, mentre le trame che trasformano gli uni o gli altri in efferati aggressori lo sono molto di meno. L’interrogativo “perché tutto questo?” può essere accostato in qualche modo?

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CON O SENZA FILTRO? A PROPOSITO DI PENSIERO, SCRITTURA E autenticità

Le questioni che sorgono a proposito dei modi di abitare le piazze digitali non sono diverse da quelle che tradizionalmente emergono nelle relazioni dal vivo, a riprova del fatto che la dimensione digitale non è affatto una dimensione alternativa. In un post recente Riccardo Scandellari (@Skande) ha proposto spunti utili a proposito della spontaneità, intercettando alcuni interrogativi piuttosto diffusi: è meglio esprimersi senza filtro oppure rileggere e censurare attentamente quel che uscirebbe di getto dalla nostra tastiera? Se però iniziamo a filtrare, a controllare, non è che perdiamo in autenticità? Non c’è il rischio che l’identità o il profilo che socializziamo comunicando siano in qualche modo artefatti? Provo a riprendere alcune chiavi di lettura che possono aiutare a uscire da questo – falso, lo anticipo subito – dilemma antropologico.    

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DIALOGARE "DENTRO": dopo il YouTOPIC FEST

Quante volte ci lamentiamo del rumore, del caos e insieme di quel continuo correre che ci impediscono di sostare più umanamente davanti agli eventi che ci colpiscono, ci interpellano o chiedono di compiere delle scelte? Quante volte abbiamo l’impressione di essere a bordo di una macchina infernale, lanciata ad altissima velocità lungo un percorso che somiglia a tutto fuorché ad un’autostrada a tre corsie poco trafficata e di non avere il tempo per occuparci della rotta, perché la manutenzione del veicolo assorbe già tutte le energie? Nella frenesia della società contemporanea crescono le persone che confessano, con un misto di amarezza e rassegnazione, di essersi dovute occupare a lungo di “priorità meno importanti”, senza riuscire a trovare tempi e modi per rallentare e dedicare attenzione ad alcuni snodi decisivi nella vita. C’è, potremmo dire, un’attesa di raccoglimento e cambiamento che prima o poi si fa pressante in tutti, e il silenzio è quella dimensione di spazio-tempo che si candida ad ospitare il primo e favorire il secondo. Può accadere però che quando finalmente riusciamo ad aprire questa sorta di parentesi, l’esperienza che viviamo abbia ben poco a che fare con quella immagine di serenità, di rilassata e agevole concentrazione con cui spesso ci autorappresentiamo il silenzio. Cercavamo l’oasi pacifica del raccoglimento e abbiamo trovato il vociare caotico della dispersione. Siamo forse entrati nella dimensione sbagliata?

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