Il sogno medievale di Parole O_Stili

Con un post del 14 agosto la Presidente della Camera, Laura Boldrini, ha socializzato la sua intenzione di ricorrere (se necessario) alle vie legali per tutelarsi dagli inqualificabili insulti di cui è fatta insistentemente bersaglio sui social media. «Ne ha il diritto e ne ha il dovere», ha commentato Beppe Severgnini sul Corriere della Sera del 16 agosto, mettendo a nudo l’inefficacia delle soluzioni finora tentate per evitare di avviarsi, anche sui social, lungo il binario “legge-sanzione”.

Il sogno di un ambiente online capace di forme di autogoverno si sta infrangendo sugli scogli della rivendicazione della libertà di espressione di persone indisponibili all’automoderazione. «Queste persone – ha scritto ancora Severgnini –, quasi certamente, non si rendono conto di ciò che fanno e dei rischi che corrono. Come possiamo convincerle? Ci abbiamo provato con il ragionamento, ci abbiamo provato con l’informazione, ci abbiamo provato con l’autoregolamentazione delle piattaforme: non è servito». Quel che rimane è la denuncia alle autorità competenti e – possiamo immaginare – a breve, il varo di nuove norme e relative sanzioni a cui la polizia postale possa fare riferimento.  

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Autenticità personale, autorità e cambiamento

Nei sondaggi che mi capita di fare in occasione di qualche corso o conferenza accade quasi sistematicamente che la parola “autorità” sia associata ad una famiglia di riferimenti generalmente connotati negativamente: obbligo, costrizione, violenza, prevaricazione. Questo modo di percepire l’autorità è molto in linea con quella che Charles Taylor ha definito “cultura dell’autenticità”, un modo di pensare e di essere che attribuisce positività alla possibilità esprimersi secondo se stessi e, viceversa, negatività al fatto di conformarsi a indicazioni stringenti e/o costringenti provenienti dall’esterno. Scrive così, per precisione, Taylor: «Con “cultura dell’autenticità” intendo quella concezione della vita secondo cui ciascuno ha un modo specifico di realizzare la propria umanità e che è importante scoprire e vivere tale originalità, anziché conformarsi individualmente a un modello imposto dall’esterno, dalla società, dalle generazioni precedenti o dall’autorità religiosa o politica». (C. Taylor, A secular age; tr. it.: L’età secolare, Feltrinelli, Milano 2009, p. 598).

 

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A proposito di parole e parolacce

Solo una decina di giorni fa ha fatto discutere lo stile della conduzione di Paolo Ruffini dell’evento con le Scuole organizzato da Parole O_Stili: molti hanno trovato fuori luogo l’intercalare continuo con parolacce – non metto il termine tra virgolette, perché il suffisso peggiorativo ha pienamente senso –, l’attore si è difeso già dal vivo, dicendo che «creano empatia» e in seguito l’ideatrice dell’iniziativa, Rosy Russo, ha diffuso un post di scuse (delicato e coraggioso, che vale la pena di leggere proprio per imparare un po’ di stile). Ora è la volta di Flavio Insinna, colto in una serie di improperi fuori onda non proprio esaltanti, su cui Striscia sta insistendo in modo non limpido. I due casi, accostati, forse aiutano a capire meglio dove stia il nodo della questione.

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NELLO SPECCHIO DELLA MORTE SCELTA

Nelle giornate invernali di maltempo, specie se sferzate dalla Bora, il Carso riesce a farsi interprete di quell’angoscia che qualcuno più di altri si porta dentro. Le raffiche che alternano sibili e ululati sembrano inseguitori che non danno tregua, come certi pensieri opprimenti che incalzano di continuo togliendo il fiato. I boschi mezzi spogli, le latifoglie nude e scheletriche – che pure rifioriranno, ma non lo danno a vedere – si fanno specchio di ogni sentimento di resa. A uno di quegli alberi, una ventina di anni fa, era appesa una persona. E quello era il mio primo intervento di ricerca disperso, appena entrato in organico del Soccorso Alpino.

Nei frangenti dell’aiuto rischioso – come l’ha chiamato Spiro Dalla Porta Xydias – prima o poi si scopre che c’è anche lo spazio per i rinvenimenti più inquietanti e drammatici: cerchi di correre per portare in salvo una vita, ma questa nel frattempo cercava e ha trovato la morte. Quell’esperienza mi è tornata ancora una volta in mente in queste ore di interrogativi sulla vicenda di Dj Fabo.

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