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Buona Pasqua 2019

Forse oggi la Pasqua è una festa culturalmente più difficile del Natale. Provo comunque a offrirvi una breve riflessione, sempre cercando di evidenziare qualche risonanza antropologica dentro una festa che per i cristiani è memoria di vita donata oltre la morte.

 

Qui di seguito una avvertenza sull'interpretazione che propongo del versetto 24 del capitolo secondo del libro della Sapienza.


 φθόνῳ δὲ διαβόλου θάνατος εἰσῆλθεν εἰς τὸν κόσμον

πειράζουσιν δὲ αὐτὸν οἱ τῆς ἐκείνου μερίδος ὄντες

 

Invidia autem Diaboli mors introivit in orbem terrarum;

experiuntur autem illam, qui sunt ex parte illius.

 

Ma per l'invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo

e ne fanno esperienza coloro che le appartengono. (CEI 1974)

 

Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo;

e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono. (CEI 2008)

 

Sap. 2,24

 

Tradurre, si dice spesso, è tradire e nei passaggi da una lingua a un’altra la resa cosiddetta “letterale” può introdurre significati diversi rispetto al testo originale. La vicenda di questo versetto del libro della Sapienza – scritto in greco – è particolare e interessante. Perché la versione italiana del 1974 lasciava a intendere che coloro che fanno esperienza della morte appartenessero al diavolo (ne fanno esperienza coloro che gliappartengono)?

Per capirlo occorre risalire alla versione latina del passo, che recita “experiuntur autem illam, qui sunt ex parte illius”, di cui la versione del 1974 è un calco grammaticalmente perfetto. Questa versione, sempre nella seconda parte della proposizione, traduce fedelmente il greco (πειράζουσιν δὲ αὐτὸν οἱ τῆς ἐκείνου μερίδος ὄντες) indicando come maschile, attraverso il pronome dimostrativo (ἐκεῖνος), il sostantivo di cui si sarebbe parte o, più liberamente, a cui si apparterrebbe. In greco tuttavia sono maschili tutti i sostantivi che compaiono nella proposizione precedente e a cui vanno collegati i riferimenti relativi: è maschile διάβολος, ma sono maschili anche morte (θάνατος), ed è maschile anche invidia (φθόνος). Non così in latino, dove diabolus continua a essere maschile, mentre morsinvidia sono femminili. Così il traduttore latino è costretto a fare una scelta, vincolato da… una questione di genere.

Perché sceglie che l’appartenenza vada riferita al diavolo e l’esperienza alla morte?

Questo è il punto in cui entra più significativamente lo sforzo interpretativo.

La chiusura del capitolo secondo del libro della Sapienza si concentra in effetti sulla mortalità e sul fatto che questa non fosse la condizione naturale degli uomini, quindi certamente la morte è qui al centro dell’attenzione; il passo ci offre uno spunto per immaginare a che cosa sia dovuta la morte stessa (all’invidia del diavolo), tuttavia rimane da capire attorno a cosa far ruotare le altre due sottolineature, il fare esperienza e l’essere parte.

Possono ruotare entrambe attorno allo stesso sostantivo, cioè a “morte”?

Grammaticalmente sì, ed è a rigore più probabile che in effetti sia così, quasi una sorta di raddoppio rafforzativo. In questa direzione allora si muove anche la nuova traduzione italiana del 2008, che modificando un semplice pronome relativo da maschile a femminile (da “gli” a “le”) sposta il riferimento dell’appartenenza: lo sgancia da diavolo e lo posiziona su un femminile, che noi diamo per assunto che sia “morte”.

Se però esplicitiamo i riferimenti ci troviamo forse davanti allo stesso problema del traduttore latino: cosa significa dire che “fanno esperienza della morte coloro che appartengono alla morte”? È una tautologia, un po’ come dire che “fanno esperienza dell’acqua coloro che sono immersi nell’acqua”.

Molto probabilmente il traduttore latino ha sentito il bisogno di scavare in questo versetto e lo ha fatto sganciando il riferimento all’appartenere e quello al fare esperienza: ne ha estratto così una considerazione teologica, ovvero che coloro che fanno esperienza della morte appartengono al diavolo, essendo, questi, origine della morte.

Anche noi, quantomeno davanti alla traduzione italiana, possiamo allora fermarci e interrogarci sulle alternative che abbiamo, volendo esplicitare i riferimenti relativi.

Il testo del 2008 ora ci indirizza escludendo di pensare che la mortalità significhi appartenenza al diavolo. D’altra parte l’appartenenza alla morte può essere intesa semplicemente come la condizione umana, anche – secondo la visione teologica – come la condizione della natura umana decaduta. Il versetto può quindi a questo punto chiudersi su se stesso con la tautologia evidenziata sopra: “i mortali muoiono”.

Se però a nostra volta proviamo a scavare, scopriamo di avere ancora a disposizione della meditazione quell’ingrediente con cui si apre la proposizione, ovvero l’invidia del diavolo. E non è così peregrino meditare sul fatto che l’appartenere alla morte– o, sviluppando, la paura della morte – ci fa in qualche modo fare esperienza proprio del terribile sentimento che, per l’autore del libro della Sapienza, ha corroso l’angelo portatore di luce, trasformandolo in portatore di morte: l’invidia appunto, potente solvente delle relazioni, generatrice di conflitti mortali.

L’esplicitazione dei riferimenti secondo la linea interpretativa che ho proposto nella meditazione del video-clip è allora soprattutto uno spunto di scavo nei significati, che tuttavia – così almeno mi pare – non forza la lettera più di quanto non la forzasse la traduzione latina e la meditazione che si può immaginare l’abbia ispirata.

 

 

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