· 

LA GIUSTIZIA DI CUI NON SAPPIAMO DIRE

Stiamo attraversando giorni amari, segnati da vicende penose e tragiche come quella della conferma della condanna di Mario Roggero e della morte di Abderrahim Fakir, che rischiano di collegarsi simbolicamente tra loro, anche attraverso bravate come la diffusione del video di Vannacci al Colosseo in vesti antico romane. C’è una parola che ricorre: giustizia. Ma la giustizia di cui stiamo discutendo ha qui un unico volto, quello del ripagare il male subìto infliggendone a chi lo ha perpetrato. Così discutiamo della “giustizia” fatta di Roggero, contestandone soprattutto il carattere “privato”, non il principio vendicativo; così l’indignazione per un intervento terribile delle forze dell’ordine e la richiesta di giustizia si condensano in una violenza di piazza; così il giudizio politico negativo sugli avversari si esprime con un pollice verso, che decreta pena capitale tra le ovazioni della folla.

 

Parliamo di giustizia, ma in un modo o nell’altro la condensiamo nella pena, che risponde esattamente alla definizione latina di Ugo Grozio: Malum passionis quod infligitur ob malum actionis. Un male che viene inflitto a causa di un male che si è compiuto.

Chiediamo pena, non giustizia.

Chiediamo violenza, non giustizia.

Chiediamo di scaricare la rabbia, non di fare giustizia.

Stiamo chiedendo che il potere, pubblico o privato, possa esprimersi più liberamente dinanzi al male infliggendo del male a chi lo ha compiuto, con una forza maggiore, possibilmente ultimativa, nell’illusione che possa esserci una violenza “ultima”, dopo la quale finalmente ci saranno pace, sicurezza, felice convivenza. Se osservassimo le vicende internazionali non troveremmo linguaggi e presupposto diversi: minacce di distruzione, di rappresaglie ancor più feroci, crescita delle spese in armamenti, pistole regalate ai Capi di Stato (e accettate, come se le simboliche non contassero nulla).

La cosa che dovrebbe turbarci è che non ci troviamo più neppure nel quadro dell’antico “taglione”, che non era una prescrizione punitiva – hai subito del male, devi restituire del male – ma al contrario un modo per porre un argine proprio al dilagare della restituzione del male. Dente per dente, perché capiamo che nel furore della rabbia non c’è misura, e allora facciamoci forza morale e diciamoci a vicenda che quella restituzione sia, al massimo, “altrettale”.

Non dovremmo dimenticare questa antichissima saggezza “penale”, che fotografa insieme la nostra acuta sensibilità alle ingiustizie, l’irrinunciabile esigenza di reagire al male e la nostra immensa fragilità nel fare giustizia. La “pena”, anche quella inflitta dalle pubbliche istituzioni, trova il suo senso nella radice del taglione, e non è ancora una radice di giustizia, ma di protezione per chi il male lo ha compiuto. Perché la risposta vendicativa che potrebbe incontrare, persino per torti da poco, potrebbe essere senza misura se fosse affidata unicamente alla capacità individuale di gestire la rabbia. È su Caino, non a caso, che viene posto un segno perché non fosse ucciso da chiunque lo avesse incontrato.

Così si punisce, sì, ma per interloquire con la rabbia delle vittime, per placare quella sete di male – che tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo conosciuto verso chi ci ha offeso – in modo misurato, limitato. 

La pena disciplinata e calmierata esaurisce qui il suo scopo. Nessuna “giustizia” è fatta attraverso la comminazione di una pena. E non illudiamoci troppo che abbia un valore deterrente. Non credo che stiate oggi rinunciando a uccidere una persona con cui siete in lite solo perché state facendo un calcolo della pena a cui andreste incontro. Quel che argina la violenza – di cui tutti, nessuno escluso, siamo capaci – non è la leva del timore, sono tutt’altri “dispositivi” morali, interiori, spirituali che ci rendono umani e che disinnescano da dentro, non da fuori, la violenza.

La giustizia e il taglione, lo ha scritto del resto già Aristotele, sono due discorsi diversi.

Il discorso della giustizia parla di restituzione, di riparazione, di riconoscimento di dignità, di buona organizzazione sociale. Quando si tratta di rispondere al male nella prospettiva del risanare le ferite – come fa la contemporanea Giustizia Riparativa – il discorso si fa più articolato. Anzitutto non è “reocentrico”, è rivolto a tutti gli attori: alle vittime anzitutto, che chiedono ascolto, che hanno domande sul perché, che hanno attese di comprensione, di riparazione. Di parola soprattutto, per dire il dolore, per denunciare il male. È un discorso che investe la comunità, perché c’è sempre un contesto – li chiamiamo bystander oggi – che magari ha lasciato briglia sciolta al male, ma che può anche intervenire in soccorso di chi è stato leso. Ed è un discorso che investe chi il male lo ha compiuto – e tutti siamo in qualche frangente in questa posizione – la sua presa di coscienza, la sua assunzione di responsabilità, la sua comprensione del dolore procurato, il suo impegno verso le persone offese perché questo non si ripeta, il suo sforzo nel riparare quel che è possibile.

Tutto questo la pena non lo fa.

Non lo può fare, perché la pena è della stessa pasta del male e parla alla rabbia con il linguaggio della violenza, mentre la giustizia è della pasta del bene, di quel che costruisce e unisce (o riunisce), non di quel che devasta e separa.

Avverto che questi giorni sono amari non perché il passato sia un’età dell’oro, priva di ingiustizie e priva di mali: nella storia il grano e la zizzania crescono insieme – altro avvertimento evangelico per tutti i giustizieri che si illudono e illudono di procurare pace con la guerra che pone fine a tutte le guerre. Dico che sono giorni amari perché mi pare che anche quando immaginiamo di levare una parola contro il ricorso alla violenza e al male sappiamo ormai solo dire che vanno contenuti e imbrigliati nelle regole o nella realpolitik. Sono giorni amari perché sempre più spesso chi denuncia la violenza lo fa in modo violento, senza avvertire di essere dentro lo stesso gioco. Sono giorni amari perché sembra crescere in tutti l’idea che la “mano pensante” sia l’unica via per promuovere rispetto, tutele, sicurezza, convivenza pacifica: ed è proprio l’idea filosofica – sbagliata, come possono talvolta esserlo proprio le idee – che pena e giustizia siano tra loro legate di necessità, come se fossero lo stesso discorso. Questa idea sbagliata mi sembra stia diventando una idea politica diffusa, il che non la rende meno sbagliata, ma solo più insidiosa per la democrazia e per la reale promozione della giustizia e della pace.

Non si tratta, specularmente, di illudersi che la storia non richieda continuamente di attraversare conflitti e contrasti e che possa essere il regno del bene. Spoiler: non lo sarà mai. Si tratta, più elementarmente, non illudersi che servirsi della leva del male significhi lavorare nella prospettiva del bene. E coltivare, di conseguenza, ogni possibile alternativa. È una consapevolezza morale piccola tanto quanto antica, ma è un seme che merita di essere gettato.